Alla guerra d’Asia, i retroscena del viaggio di Obama

Alla guerra d’Asia, i retroscena del viaggio di Obama:

“Gli Stati Uniti sono una potenza asiatica e noi siamo qui per restare!”

La frase in questione,  pronunciata non da un soldato sbronzo, ma da Barack Obama in visita ad una base militare USA in Australia spiega il senso profondo del tour che tra il 17 e il 20 novembre porterà il presidente in Birmania, Thailandia e Cambogia.

Chi pensa che sia un viaggetto esotico e poco importante non ha capito che in ballo c’è la grande partita con la Cina per il controllo non solo di tutto il Sudest Asiatico, ma, soprattutto, dell’enorme area commerciale dell’ Oceano Pacifico che coinvolge quasi la metà della popolazione mondiale e il 50% degli scambi commerciali globali.  Area ancor più appetibile da quando è stato scoperto che il Mar Cinese è ricco di gas e petrolio che alla Cina, grande potenza assettata ma senza risorse energetiche, farebbe davvero comodo.

Peccato che dopo Fukushima, anche il rivale Giappone ha enorme sete di energie diverse dal nucleare ed ecco allora che nelle acque di confine prima si è cominciato a litigare e oggi si rischia la guerra per il possesso delle isole Senkaku, pochi scogli  la cui proprietà, però, dà diritto allo sfruttamento del tesoro energetico sottomarino.  Tra i due litiganti il terzo gode ed ecco allora che il Giappone che aveva appena finito di cacciare i marines da Okinawa, li richiama in servizio e l’America incredula viene addirittura chiamata in aiuto dai vietnamiti che un po’ più sud, a loro volta, litigano aspramente con i cinesi per il possesso delle Paracelso, un altro pugno di isole che galleggiano sui preziosi idrocarburi.

Gli yankees cacciati a pedate dai vietcong del Generale Giap tornano quindi sulle spiagge di Da-Nang  (ricordate i surfisti di Apocalypse Now?) da alleati di un paese ancora comunista (almeno sulla carta) contro la Cina anch’essa comunista. Uno spasso per gli USA che, inoltre si tolgono la soddisfazione di tornare anche nelle Filippine anch’esse in rotta con Pechino e alla ricerca della protezione dello Zio Sam.

Così mentre il perdente Romney blaterava di pericolo Russia ed era fermo ai vecchi schemi americani miranti al controllo dell’ormai inutile Medio-Oriente, Obama va al nocciolo della questione e, da invitato, si infila nella torta con due obiettivi: impedire che la Cina metta le mani su risorse energetiche che potrebbero renderla meno dipendente dall’estero e, non meno importante, sfilare a Pechino il controllo degli affari e del commercio asiatico. La Cina è oggi il primo partner commerciale di tutti i paesi dell’area e minoranze cinesi, magari con doppio passaporto, sono a capo dei business più importanti in tutti i paesi del sudest asiatico. Una posizione da monopolista, consolidata da politiche accorte quali gli aiuti economici ai paesi più in crisi (Cambogia,Birmania, Laos) e dalla stipula di un trattato doganale di libero scambio tra la Cina stessa e tutti i membri dell’ASEAN, l’associazione dei paesi dell’area.

Una posizione che pareva impossibile da scalzare, ma oltre alla nuova presenza navale gli USA han tirato fuori dal cappello uno strumento dirompente: il Trans Pacif Pact (TPP). Sembrava una idea estemporanea di un Obama in camicia hawaiana, l’anno scorso al vertice APEC di Honolulu, ma la settimana seguente lo stesso presidente, con un’altra camicia sgargiante si presentò alla riunione dell’ASEAN in Cambogia e disse che aveva in mente di creare un’ area di scambio senza dazi tra Canada, USA e Messico da un lato del Pacifico e ASEAN dall’altro.

Tradotto: tutti insieme appassionatamente tranne la Cina che in teoria potrebbe partecipare, ma in pratica non potrà farlo perché le regole del gioco saranno studiate per escluderla. Pechino naturalmente non sta a guardare e nell’area  tra Birmania, Cambogia e Indonesia è tutto un tira e molla di corteggiamenti, promesse, tradimenti nel grande gioco delle alleanze strategiche. Un gioco da cui l’Europa dei tecnocrati, presuntuosamente sganciata dalla Russia e quindi dall’Eurasia, è totalmente esclusa. Talmente esclusa da non capire, leggete i giornali, che il motivo del viaggio di Obama non è affatto parlare di democrazia in Birmania, ma di ricreare quegli avamposti militari e commerciali che gli inglesi fondarono e poi gli stessi americani difesero contro l’Impero Giapponese che perse la guerra proprio perché si andò ad impantanare nel Pacifico.

Oggi il nemico degli interessi USA è a Pechino e Tokio è alleata, ma gli elementi fondamentali del risiko son sempre quelli e la guerra, per ora fredda, si combatte ancora sull’Oceano.

Max Ferrari (pag. 7 La Padania del 17-11-2012)

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Fiat e Serbia: l’altra storia.

Fiat e Serbia: l’altra storia.:

Leggo sui giornali le gesta di Fiat in Serbia e mi ricordo come fosse ieri la passeggiata tra le rovine della Zastava di Kragujevac, bombardata a più riprese anche quando gli operai erano al lavoro e i loro figli nel nido aziendale lì vicino. Colpita anche se era noto a tutti che quella fabbrica non produceva armi, ma piccole automobili. Colpita, si vedeva e si capiva, in modo da azzopparla ma non per affondarla definitivamente. “E’un’azione di pirateria per costringerci a svendere ai vincitori alla fine della guerra”, asseriva l’allora direttore della fabbrica e le sue considerazioni facevano il paio con quelle dei dirigenti delle fabbriche di sigarette di Niš (bombardate anch’esse quel che basta) che affermavano che era nota a tutti l’esistenza di una sorta di “lista della spesa” alla base delle scorribande degli aerei della Nato. Gli obiettivi industriali, insomma, non avevano giustificazioni dal punto di vista militare ma rientravano in un elenco di beni e infrastrutture serbe che facevano gola a questa o quella nazione che, di conseguenza, spingeva affinché si “agevolasse” il passaggio di mano alla fine del conflitto. A Niš si dicevano certi del fatto che il settore del tabacco era stato azzoppato per ordine delle grandi lobbie americane che non vedevano l’ora di sfondare (come poi è successo) nei Balcani, mentre a Kragujevac si ripeteva che la Zastava era stata presa di mira su ordine del governo italiano. Fantasie? Non so! Quel che è certo è che le sentii ripetere anche in Kosovo in ambiente Nato e quel che è certo è che dopo la guerra si scatenò pubblicamente e senza vergogna il grande business della ricostruzione. I paesi che avevano bombardato e avevano ottenuto il bel risultato del Kosovo islamizzato, ora si accapigliavano tra loro per prendere possesso di territori da ricostruire o di fabbriche da “salvare”. Si parlava di appalti e affari miliardari e se vi paiono esagerazioni tornate a leggere i giornali del tempo e vedrete paginate dedicate all’Italia che rivendicava il diritto di mettere le mani sulle telecomunicazioni (ricordate il caso Telekom Serbia?), i francesi che pretendevano il controllo delle miniere, i greci le ferrovie, i tedeschi le autostrade e le grandi opere, mentre inglesi e americani guardavano già oltre e si interessavano delle rotte dei gasdotti e dei corridoi strategici che poi erano la vera ragione della guerra. L’Italietta incredula di aver vinto per una volta una guerra reclamava il proprio posto al tavolo del vincitore e senza pudore alcuno gonfiava il conto delle spese sostenute nella sporca aggressione e alzava le pretese risarcitorie. Ricorderete gli articoloni in cui si fantasticava sulle possibilità eccezionali che si sarebbero aperte per le imprese del Veneto e del Nord in generale grazie alla ricostruzione e ricorderete che trattamento durissimo fu riservato alla Lega Nord che, sola, ebbe il coraggio di dire che quella guerra oltre a non avere nulla di umanitario, si sarebbe rivelata un errore dal punto di vista geo-strategico, commerciale e migratorio. Finì che l’Italietta fu fatta sedere sotto il tavolo e furono fatte cadere delle briciole che però non finirono né alle famose aziendine venete né ai laboriosi artigiani lombardi che anziché andare in Serbia a ricostruire si trovarono i cosiddetti rifugiati albanesi in casa loro. Una impresa a perdere dunque, quella italica nei Balcani, ma poi, ed è storia recente, eccoti la Fiat nell’ex bombardata Kragujevac ed eccoti i soliti giornaloni che, adoranti, ci spiegano che, quasi quasi, è un’azione di carità, un aiuto verso i nostri fratelli serbi che più di noi soffrono fame e disoccupazione. Peccato che tutti dimentichino che se non li avessimo bombardati essi oggi non avrebbero bisogno della “grande generosità Fiat” e peccato che nessuno osi fare due conti e tirare delle conclusioni. Si racconta infatti che “l’operaio serbo è duttile ed elastico” e si adatta ad uno stipendio che equivale ad un quinto di quello italiano, ma nessuno aggiunge che il costo della vita è poco più basso del nostro in tutta l’ex Jugoslavia e in specie in un paese collassato dalla guerra, costretto all’importazione e in grado di scaldarsi e muoversi non certo grazie al finto aiuto occidentale ma ai rapporti eccellenti con la Russia rinsaldati dall’attuale presidente Nikolić , uno che ha sempre detto che la guerra contro i serbi era una guerra contro gli interessi dell’Europa. La conclusione è che non si tratta né di un aiuto, né di una rivoluzione industriale ma di semplice sfruttamento di gente che è consenziente perché non ha nessuna altra alternativa e, con tutto il rispetto, fanno un po’ sorridere quei sindacati italiani che oggi si indignano e si lamentano, ma al tempo della guerra tifavano compatti per il governo D’Alema che ne fu protagonista. Nikolić ricorda giustamente che la Serbia non ruba nulla (anzi con gli incentivi, per i primi 3 anni gli stipendi son praticamente pagati da Belgrado) e si limita a creare le condizioni fiscali più attraenti per le imprese. Se anziché abbaiare alla luna i sindacati italici spingessero per la creazione di zone franche industriali anche in Padania (e non solo al Sud), probabilmente il problema sarebbe già risolto alla radice. Ma questo chiaramente non fa comodo a lorsignori e allora l’unica soluzione alternativa sarebbe l’entrata della Serbia nella UE e l’automatico innalzamento dei salari a livelli polacchi, ma anche qui la strada è in salita perché Italia e compagni pretendono che Belgrado riconosca l’ingiustificabile indipendenza del Kosovo islamizzato. Chiesto da Roma che non concede neppure un briciolo di legittima autonomia alle regioni del Nord, francamente suona assurdo, ma questa è un’altra storia.

Max Ferrari (La Padania del 14-11-2012)

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http://ifttt.com/images/no_image_card.png November 14, 2012 at 06:50PM

Per l’Europa meglio stare con il presidente

Per l’Europa meglio stare con il presidente:

Obama o Romney? Con chi stanno i leghisti? Mi paiono equamente divisi, ma quelli che frequento di più sono in maggioranza con Romney. Ripetono convinti che Obama è un immigrazionista, interventista in politica estera (vedi Egitto e Libia), e al contempo protetto e protettore degli interessi occulti delle banche e delle multinazionali. Accuse spesso fondate, ma se questi sono i vizi del presidente, lo sono anche del suo sfidante con l’aggravante che in Romney questi peccati sono moltiplicati per mille. La cartina di tornasole sono i “pescecani di Wall Street” e tutto quel mondo finanziario che ha salvato se stesso ma ha mandato in malora l’economia mondiale: costoro oggi sono tutti generosi finanziatori del candidato repubblicano e acerrimi nemici di Obama e, vista la cricca di cui parliamo, tanto basterebbe per simpatizzare per quest’ultimo. Come se non bastasse tifa e finanzia Romney anche la potente lobby delle armi che per far cassa non aspetta altro che nuovi conflitti a partire dall’Iran e, d’intesa con la inaffondabile corazzata dei petrolieri che elessero i Bush e crearono le condizioni per intervenire a Kabul e Baghdad, non ne vuole sapere di mollare la presa non solo nella Penisola Arabica e in Medio Oriente, ma anche in Asia Centrale dove gasdotti ed oleodotti sono la ragione vera di tutte le guerre pseudo etnico-religiose e dove, tra le pianure kazake , il Caspio e le catene del Caucaso continua il Grande Gioco per la conquista del cuore energetico del pianeta tra USA,Russia, Cina e i loro comprimari. Per finire vorrei citare poi il dato forse più importante per l’Europa e per quel che riguarda l’immigrazione verso di essa. Come pensiamo che possa reggere un mondo come quello esaltato da Romney dove le smanie speculative della classe dirigente americana vengono prima di ogni politica di salvaguardia ambientale mondiale e dove l’1% della popolazione possiede il 90% delle ricchezze e, ben più grave, il 90% delle risorse fondamentali quali la terra, i brevetti sulle sementi, l’acqua e via delirando? In queste condizioni possiamo credere che i popoli dei paesi del “terzo mondo” rimangano a casa loro a morire di fame e ad assistere alla spoliazione di quel che rimane delle loro terre da parte della solita banda di oligarchi o dobbiamo pensare che tenteranno l’impossibile pur di raggiungere la scialuppa a loro più vicina e cioè l’Europa? E già che siamo in tema vogliamo ricordare la spinta americana per far aderire forzosamente la Turchia alla UE e la pretesa di decidere le politiche europee in tema di alleanze ed energia?

Che ne sarà dei rapporti con Mosca per noi vitali dal punto di vista energetico, ma in prospettiva anche industriale? Possiamo scordarci che uno dei capisaldi dei repubblicani è una durissima politica antirussa (vedi Bush e Condoleeza Rice) finalizzata ad un raffreddamento dei rapporti Russia-UE e alla creazione di continui casus belli fomentando i vari sedicenti “movimenti democratici” oggi in Ucraina e Georgia e magari domani a Mosca? Conviene a noi una politica del genere? No!

Un ultimo appunto va alla cosiddetta questione razziale tanto citata dai giornali: circolano sul web gli spot che attaccano Obama perché non veramente americano (ma chi lo è se non i pellerossa allegramente sterminati?) o perché filo-arabo (già dimenticati i rapporti d’affari tra i Bush e i sauditi?) o perchè musulmano sotto mentite spoglie. Qui da noi qualcuno se ne rallegra e vaneggia di un Romney protettore dell’Europa minacciata dall’Eurabia ma dimentica che gli americani in casa loro si permettono ogni genere di scorrettezza, ma poi immancabilmente vengono in Europa ad imporre politiche di apertura ai musulmani e sono assai facili nel tacciare di razzismo i partiti e i governi riluttanti. Non che con Obama tutti le criticità elencate non esistano, ma almeno non sono elette a programma di governo. Sarà poco , ma, in attesa di tempi migliori pare già tanto.

Max Ferrari (pag. 11 La Padania del 06-11-2012)

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http://ifttt.com/images/no_image_card.png November 06, 2012 at 08:11PM

Terra Insubre e la Festa dul dì di Mort

Terra Insubre e la Festa dul dì di Mort:

Terra Insubre e la Festa dul dì di Mort
Particolare della copertina

Sabato pomeriggio, in corso Matteotti, a Varese, i cittadini troveranno il libretto fresco di stampa “Quei giorni in cui i Morti ritornano”. Oltre ai dolci della traadizione

Sabato 3 novembre, dalle ore 15.00 in avanti, in Piazza del Podestà a Varese, l’associazione Terra Insubre ti aspetta per festeggiare la Festa dul dì di Mort, l’antica Trinox Samonios dei Celti.
Allo stand, nella piazza centrale di Varese, i cittadini troveranno il libretto appena stampato sulle tradizioni insubri e lombarde del giorno dei Morti, “Quei giorni in cui i Morti ritornano. La vera storia di una nostra antica tradizione”. 
Non solo: l’evento prevede anche la possibilità di gustare i dolci della tradizione di questi giorni come il ‘pane dei morti’, accompagnati da idromele bretone.
Per la degustazione e il libretto l’associazione Terra Insubre chiede un contributo di 10 euro. 
Appuntamento in Corso Matteotti
tags: Terra Insubre, Varese, Festa dul dì di Mort, ininsubria

fonte: http://www.ininsubria.it/terra-insubre-e-la-festa-dul-di-di-mort~A10030

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Gli spartani di Silvio

Gli spartani di Silvio:

“I 30 di Silvio contro i 300 di Alfano”.  “I 30 di Silvio contro i 300 di Alfano”. I titoli dei giornali che riassumono la rivolta dei parlamentari PDL contro Berlusconi rimandano un po’ ai famosi 300 della spedizione di Pisacane a Sapri e un po’ al drappello di indomiti spartani di Leonida. Qui però non c’è niente di epico, e l’unico ideale in ballo è la salvaguardia della propria poltrona in vista di elezioni che si preannunciano drammatiche.

Razionalmente, anche se gli alfaniani fossero 3000 e gli spartani di Berlusconi soltanto 3, punterei tutto sul vecchio Silvio perché, paradossalmente, tra i due, è lui l’unico potenziale innovatore, mentre Alfano che si spaccia per nuovista è ormai il rappresentante degli interessi degli ex AN, degli ex PSI, degli antileghisti incalliti e di tutti coloro che con la scusa di tenere in vita il partito non vedono l’ora di gettarsi nelle braccia di Casini e di un secondo governo “tecnico”.
La cosa potrebbe anche non interessare la Padania se non fosse che di mezzo ci sono le elezioni in Lombardia e che la battaglia tra fazioni del PDL si gioca anche e soprattutto su questo fronte con un Berlusconi che si ricorda di essere un imprenditore brianzolo e appoggia una candidatura Maroni rispolverando vecchi cavalli di battaglia su tasse e impresa e un Alfano che, lontano anni luce dalla realtà lombarda, si ostina a seguire i desiderata di Formigoni e appoggia un Albertini la cui corsa non farà altro che agevolare la vittoria della coalizione PD-UDC.
Una situazione intricata che vede i vari commentatori padanisti schierati su due fronti: c’è chi dice che occorrerebbe turarsi il naso e, nel caso, intrupparsi dietro Albertini e chi, come l’ottimo Gilberto Oneto, sprona alla rottura totale con ogni declinazione del PDL e incita alla corsa solitaria in alleanza con altre liste autonomiste.
Probabilmente, visto quanto scritto finora, ci sarebbe una terza via: una lista Maroni Governatore, affiancata naturalmente dalla Lega Nord e appoggiata da una lista di giovani senza macchia (vedi i “formatta tori” vicini a Cattaneo, sindaco di Pavia) gradita e sponsorizzata dal Cavaliere ma senza il marchio PDL che comunque nei suoi piani andrà in cantina. Il tutto naturalmente aperto alle liste autonomiste e civiche che avranno le carte in regola.
A quel punto sarà bello capire chi finanzierà davvero la campagna di Albertini e quanti voti prenderà fuori dalle mura della città di Milano. Perché un conto sono le firme degli amici della Milano alto-borghese e un conto i voti degli imprenditori e della media borghesia impoverita da questo governo che loro invece esaltano.
In ogni caso, quei voti, non saranno abbastanza per dar fastidio alla nuova compagine politica pro Maroni, una nuova “Lega Lombarda”, che sulle ali del rinnovamento, della pulizia, della lotta durissima alla mafia, del catalanismo e nel segno dell’autonomia fiscale più spinta non farà fatica a spazzare via ogni vecchio arnese, di sinistra o destra che sia.

Max Ferrari (pag. 2 La Padania del 01-11-2012)

http://maxferrari.net/2012/11/01/gli-spartani-di-silvio/

http://ifttt.com/images/no_image_card.png November 01, 2012 at 02:50PM

Festa dul Dì di Mort – Varese, sabato 3 novembre – Terra Insubre

AUTUNNO 2012
Sabato 3 novembre, dalle ore 15.00 in avanti, in Piazza del Podestà a Varese, l’associazione Terra Insubre ti aspetta per festeggiare la Festa dul dì di Mort, l’antica Trinox Samonios dei Celti. Allo stand nella piazza centrale di Vares potrai trovare il libretto appena stampato sulle tradizioni insubri e lombarde del giorno dei Morti, ‘Quei giorni in cui i Morti ritornano. La vera storia di una nostra antica tradizione”; ma potrai anche gustare i dolci della tradizione di questi giorni come il ‘pane dei morti’, accompagnati da idromele bretone. Per la degustazione e il libretto ti chiederemo 10 euro per finanziare l’associazione. Ti aspettiamo in piazza a Vares… Perché le lümere e i castègn offerti alle anime trapassate che tornavano a visitarci ci sono da ben prima dell’ Halloween americana….terra insubre halloween

http://www.terrainsubre.org/img/mortiritornano.jpg October 31, 2012 at 08:19PM

Sicilia: una lezione utile.

Chi ha vinto in Sicilia? Uno, nessuno, centomila! I giornali fingono di credere che abbia trionfato il Pd con Crocetta, omettendo di specificare che ha vinto anche e soprattutto grazie ai voti democristiani che in giorni non lontani furono di Totò Cuffaro, oggi recluso, ma ieri potentissimo governatore.

Comunque sia , la maggioranza per governare non ce l’ha, neanche lontanamente, e allora ecco comparire all’orizzonte i possibili alleati che, per l’appunto, sono 100.000: Miccichè con Grande Sud, Raffaele Lombardo con l’ex MPA e partitelli vari a fare da utile contorno.

Il risultato è che la giunta Lombardo, prima osteggiata dal PD, poi appoggiata e infine ripudiata e accusata di sperperi e scandali ha superato indenne queste elezioni “rivoluzionarie” e si riproporrà presto sotto mentite spoglie. Il governo di Don Raffaele infatti si fondava su un patto tra il suo MPA, il PD e l’UDC mentre il governo del “rivoluzionario” Crocetta si reggerà sul patto PD-UDC-MPA. Tutto cambia perché nulla cambi: il Gattopardo versione 2012.

E naturalmente nulla cambierà nella gestione delle spese allegre dei cosiddetti Onorevoli del Consiglio
Regionale Siciliano e sul fronte delle spese pazze in consulenze, lavori pubblici e chi più ne ha più ne metta.

Ce ne accorgeremo presto, quando Monti ci racconterà che occorre ripianare gli ennesimi 7 miliardi di buco, ma, tutto sommato, in previsione delle elezione lombarde, questa tornata sicula, un paio di indicazioni utili ce le dà.

In primis chiarisce che, con le sue idee spesso condivisibili, non sarà certo Grillo a poter risolvere la questione settentrionale, per il semplice fatto che il suo movimento si prefigge di far diventare virtuosi i furbacchioni, cosa un po’ velleitaria e comunque lunghissima da realizzare, ma, nel frattempo, non contempla nessuna forma di autonomismo e di responsabilizzazione regionale e quindi i furbi continueranno a fare i furbi (magari un po’ meno per i primi tempi, poi…) e gli altri a pagare.

Secondariamente, queste elezioni confermano che con la frammentazione esistente un partito nel bene o nel male radicato sul territorio (in questo caso il partito dei siciliani di Lombardo) può liberamente decidere di sottrarsi ai diktat dei grandi (nel caso specifico del PDL di Alfano) e trasformarsi , poi, nell’ago della bilancia indispensabile a chiunque vinca le elezioni.

E allora? Allora visto il comportamento padronale di Formigoni che pretende di imporre il suo successore e di decidere le alleanze e viste le dichiarazioni tutt’altro che rassicuranti in termini di programmi e di  spazio riservato alle tematiche autonomiste di Albertini, forse sarebbe il caso che la Lega facesse anche lei quella che balla da sola e poi, se non dovesse vincere, decida di dare l’appoggio agli uni o agli altri (tanto non c’è gran differenza) in cambio di vitali concessioni in termini di programma e di comune lotta per una sempre maggiore autonomia regionale.

La Padania del 31/10/2012

http://ifttt.com/images/no_image_card.png October 31, 2012 at 08:08PM

A Cuasso al Monte di scena la prima Festa celtica

A Cuasso al Monte di scena la prima Festa celtica:

A Cuasso al Monte di scena la prima Festa celtica
Un banchetto di Asterix e i suoi Galli: erano Celti

Terra Insubre “firma” la due giorni in programma questo fine settimana: cultura del territorio, birra, buona cucina e musica Folk’n’roll e metal. Per divertirsi a braccetto con la tradizione

Metteteci la voglia di stare insieme in un bel posto, fare festa all’aperto, bere buona birra, ascoltare buona musica e gustare una cucina semplice che fa della carne grigliata e nei prodotti tipici i piatti forti del suo menù.
In più, aggiungeteci la voglia di rinsaldare i legami con il proprio territorio attraverso mostre e rievocazioni storiche ed ecco servita la prima edizione della Festa celtica della Valceresio, iniziativa che nasce dalla collaborazione tra l’associazione culturale Terra Insubre e le sue sezioni di Bisuschio, Cuasso e Porto Ceresio.
Dopo il successo del Festival Insubria Terra d’Europa il sodalizio culturale transfrontaliero mette la firma su un appuntamento decisamente più popolare e in grado di riscuotere “l’alto gradimento” delle giovani generazioni e di quelli che semplicemente vogliono passare una serata in un contesto diverso dal solito.

La Festa celtica si svilupperà in una due giorni di eventi di cultura e divertimento, aprendo i battentivenerdì 15 Giugno per proseguire nella giornata di sabato 16 presso l’area pic-nic di Cuasso al Monte, nell’alto Varesotto.
Si comincia nel pomeriggio e per entrambi i giorni saranno visitabili due mostre – una sui Celti e l’altra sul cinghiale, animale centrale per l’arte e i miti dei popoli celtici che ne riconoscevano la sua astuzia e la sua natura feroce – e la rievocazione di un villaggio celtico a cura del Gruppo “I Lupi del Ticino”.
La sera, alle 21, spazio al concerto dei Fiò de la Serva, band di Folk’n’roll inedito che parecchio successo sta riscuotendo sul territorio.

Sabato sera, invece, sempre alle 21, concerto dei Folk Stone, band di Bergamo che propone musica folk metal che unisce alle sue sonorità “cattive” testi prevalentemente ispirati a tematiche attuali.
Insomma, un appuntamento da non perdere per vivere un fine settimana… “alternativo” all’insegna dellatradizione locale.

fonte: http://www.ininsubria.it/a-cuasso-al-monte-di-scena-la-prima-festa-celtica~A9128

tags: Terra Insubre; Festa Celtica della Valceresio; Cuasso al Monte; ininsubria.it

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Ristorni e depositi: partita tutta da giocare tra Italia e Svizzera

Ristorni e depositi: partita tutta da giocare tra Italia e Svizzera :

Ristorni e depositi: partita tutta da giocare tra Italia e Svizzera
Confine

Monti incontra la Schlumpf: sul tavolo aliquote frontalieri, blacklist e conti da tassare. Ma non tutto quel che una parte vuole l’altra condivide

Si sono incontrati, dopo essersi ignorati per mesi, e si sono parlati. Di cosa, fino in fondo, non si sa. Nel senso che le dichiarazioni ufficiali di Mario Monti, presidente del Consiglio italiano ed Evelyne Widmer Schlumpf, presidente della Confederazione elvetica, confermano “di proseguire senza indugio nelle trattative fiscali e finanziarie per trovare soluzioni”, ma modi e risultati sono ancora tutti da scoprire 
L’obiettivo della Svizzera, ha aggiunto la Shclumpf, è creare una “piazza finanziaria forte senza denaro non dichiarato”, che porti alla “regolarizzazione fiscale e all’imposizione futura dei contribuenti italiani titolari di conti in Svizzera”.
Per l’Italia la priorità “è il comune obiettivo del contrasto all’evasione”.

Il negoziato – complesso e sul quale è difficile formulare una previsione sulla data di conclusione – è partito sulla base dello sblocco dei ristorni, deciso dal Governo elvetico che finora non ha ottenuto nulla.
Al momento la Svizzera resta nella “blacklist” e serve non dimenticare che il suo mancato depennamentopotrebbe portare a un nuovo blocco dei ristorni come avvenuto l’anno passato.

Lo sa bene la presidente elvetica che nei capitoli segnati in agenda annovera “la regolarizzazione della situazione fiscale, dell’imposizione futura dei contribuenti italiani titolari di conti in Svizzera, nonché le questioni riguardanti l’accesso al mercato, le liste nere, la condizione per evitare la doppia imposizione e l’accordo relativo ai lavoratori frontalieri”.

Ufficialmente dell’incontro si dicono rose e fiori. Ma il cammino, che proseguirà attraverso un gruppo di lavoro ad hoc, potrebbe rivelare sorprese nelle materie più “spinose” che chiedono rapida soluzione e che dividono nei territori di confine.
Cosa accadrà, infatti, in tema della doppia tassazione a carico dei 54 mila frontalieri provenienti da Varesotto, Comasco, Sondrio e Vco?

Lara Comi, ad esempio, eurodeputata del Pdl e segretario provinciale di Varese si augura che “Monti sappia agire con decisione ed equilibrio in difesa dei diritti di lavoratori italiani nel rispetto degli accordi internazionali tra l’Italia e la Confederazione elvetica siglati nel 1974”.
Per lei “accettare una modifica dell’aliquota relativa ai ristorni dall’attuale 38% al 12%, ipotesi che recentemente era stata ventilata dalla Confederazione elvetica, significherebbe penalizzare i Comuni lombardi di confine, mettere in difficoltà i loro bilanci e i servizi garantiti”.

Già. Ma in Canton Ticino sono molti a vederla in senso opposto. Perché ad esempio proprio l’abbassamento dell’aliquota era uno dei “cavalli” di battaglia della Lega dei ticinesi di Bignasca e Norman Gobbi, oltre ovviamente alla cancellazione dalla blacklist.
Un altro argomento, assai discusso, è quello del possibile accordo sulla tassazione dei 100-200 miliardi che giacciono nelle banche elvetiche.
“Da qui potrebbero derivare miliardi di introiti per il nostro Paese a costo zero – aggiunge la Comi –. Si tratta di un percorso complesso, ma ci auguriamo che l’Italia dimostri fermezza superando gli ostacoli che Gran Bretagna e Germania hanno affrontato per analoghi accordi bilaterali stipulati. E che dalla Svizzera si pretendano, per esempio, comunicazioni su conti di italiani che nel frattempo siano stati chiusi e dirottati su altri Paesi off-shore nel tentativo di evitare la tassazione”.

A lei fa eco Sandro Gozi, responsabile delle politiche Ue del PD:”Serve presto un accordo per tassare i capitali evasi, nel rispetto delle norme comunitarie. Stime autorevoli ritengono che ci siano 120 miliardi di euro di cittadini italiani in Svizzera. Un accordo simile a quello definito dagli svizzeri con la Germania potrebbe farne rientrare il 34%: si tratta di una manovra finanziaria”.
Insomma, una partita su più fronti tutta da giocare.

fonte: http://www.ininsubria.it/ristorni-e-depositi-partita-tutta-da-giocare-tra-italia-e-svizzera~A9117

tags: Evelyne Widmer Schlumpf; Governo Monti; Mario Monti; Norman Gobbi Vais; ristorni depositi; frontalieri ticino; ininsubria.it

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Lecco, Terra Insubre alla guerra per i cartelli in lingua lombarda

Lecco, Terra Insubre alla guerra per i cartelli in lingua lombarda:

Lecco, Terra Insubre alla guerra per i cartelli in lingua lombarda
Foto mstefano80

Il sindaco di sinistra decide di rimuove quelli bilingue:”Contrari al Codice”, ma poi svela “sono un marchio”. L’associazione culturale:”Si vogliono estirpare le nostre radici”

Per i contrari si tratta di cancellare le proprie radici, disconoscere una lingua romanza – e non un dialetto – evidentemente non tutelata e suscitare lo sdegno di chi considera il suo territorio un patrimonio da tutelare in tutte le sue forme.
A Lecco tiene banco l’eliminazione dei cartelli bilingue all’entrata della città. Spariti. Il Comune in questi giorni li ha fatti togliere lungo le strade di accesso: il cartello a tinte marroni con la scritta “Lecch” è stato ripudiato dallo stesso sindaco Virginio Brivio che ha addotto due livelli di spiegazioni.
La prima che quel cartello, così come quelli con i nomi della città gemellate, sarebbero contrari al Codice della strada; la seconda, quella che a molti appare la vera causa dell’operazione, che la scritta “Lecch” rappresentava una sorta di “marchio” che non avrebbe “nulla a che vedere con la vera conoscenza del dialetto” (lingua lombarda, sindaco Brivio, lingua lombarda, n.d.r.) nonché un’esercizio di “esibizione” politica.

Da qui un forte dibattito che in queste ore si sta sviluppando, dividendo la cittadinanza tra favorevoli e contrari alla scomparsa dei cartelli.
Ad opporsi non solo i rappresentanti politici della Lega Nord attraverso il capogruppo in Consiglio comunale,Cinzia Bettega, ma anche la sezione lecchese dell’associazione culturale Terra Insubre coordinata sul posto da Maria Vittoria Sala.

“Ci teniamo a ribadire l’importanza della lingua madre come fattore che contraddistingue l’identità di una comunità e come patrimonio inestimabile della stessa – spiega la responsabile della sezione di Terra Insubre -. Facciamo presente che, sebbene il lombardo venga erroneamente considerato un dialetto dell’italiano a volte anche dai suoi stessi parlanti, i linguisti lo annoverano tra le lingue romanze e attribuiscono la qualità di dialetto alle sue varianti (milanese, brianzolo, laghée…). Purtroppo lo Stato italiano non riconosce un regime di bilinguismo ufficiale nei nostri territori e nemmeno riconosce alla lingua lombarda il rango di minoranza linguistica tutelata. Il risultato è che, sotto la livella delle forze globalizzatrici e omologatrici di quest’epoca storica, sempre un minor numero di persone parlano lumbard e l’UNESCO lo ha definito una lingua in serio pericolo di estinzione”.

Da qui Terra Insubre considera il gesto dell’amministrazione comunale lecchese “ancor più deplorevole: la furia legalista e giacobina con cui si è mobilitata per sanare una violazione del codice della strada è di tutta evidenza un tentativo malcelato di estirpazione delle radici lombarde della città di Lecco.
Sembrerà ai più un fatto banale, ma il valore simbolico della rimozione dei cartelli in lombardo è devastante – continua Maria Vittoria -. E’ uno sfregio a sentimenti ed affetti collettivi, la cui vitalità a certe latitudini preoccupa più che ad altre. E far dimenticare a un popolo chi è e da dove viene è l’arma più potente per condannare la sua esistenza all’oblio della storia”.

“L’amministrazione comunale, mettendo in atto questa rappresaglia antidentitaria – conclude Maria Vittoria Sala – ha dimostrato di essere asservita al progetto mondialista di sradicamento e massificazione socio-culturale pianificato dai poteri forti nemici dei popoli.
Noi di Terra Insubre non dimentichiamo che Lecco è primariamente lombarda e che il lombardo è la lingua che storicamente si parla su questo ramo del Lago di Como da ben prima che fosse imposto l’italiano come lingua franca. Conservarla e non dimenticarla è una garanzia della nostra esistenza. Estirparla è incomprensibile”.

fonte: http://www.ininsubria.it/lecco-terra-insubre-alla-guerra-per-i-cartelli-in-lingua-lombarda~A9114

tags: Terra Insubre; Lecco; cartelli stradali lombardi; Maria Vittoria Sala; Cinzia Bettega; ininsubria.it

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