Insubria terra d’Europa 2012 – “Et in Helvetia ego”: Giuseppe Prezzolini, percorsi d’esilio

Insubria terra d’Europa 2012 – “Et in Helvetia ego”: Giuseppe Prezzolini, percorsi d’esilio :

insubria terra d'europa 2012

Insubria terra d'Europa 2012; Terra Insubre; Giuseppe Prezzolini; Alberto Longatti; Romano Bracalini; Paolo Mathlouthi

Giovedì 24 maggio ore 20:45

Varese, Sala Montanari (ex Cinema Rivoli)
convegno
“Et in Helvetia ego”: Giuseppe Prezzolini, percorsi d’esilio

Giuseppe Prezzolini (1882 – 1982) ha narrato se stesso in un “Diario”, consegnato controvoglia alle stampe grazie alla lungimirante insistenza di Alfredo Cattabiani, che tutti dovrebbero leggere. Non si tratta, come si sarebbe indotti a pensare, dello sfogatolo privato di un narcisista civettuolo tipo quello di Thomas Mann che, con ossessiva e maniacale precisione, annotava perfino le proprie abitudini autoerotiche , quasi che la cosa fosse di capitale importanza per la posterità. Anzi, chi con morboso spirito inquisitorio cercasse nelle pagine dello zibaldone prezzoliniano pruriginose storie di lenzuola cincischiate e di stravaganze sessuali resterebbe deluso e dimostrerebbe di non conoscere l’indole più autentica del maledetto toscano che era poi quella di un uomo riservato e retto, un tipo tutto d’un pezzo, come si sarebbe detto una volta. “Piego men che posso l’arco della schiena” è la frase che apre il “Diario” e a questa massima egli si attenne sempre: la sua spina dorsale non s’inarcò mai al cospetto di nessuno, nemmeno del Padreterno. Nato all’insegna dell’indipendenza, anarchico ma conservatore, fece della libertà la propria religione e della sua vita un romanzo dove nulla è inventato. Neppure l’età riuscì a mitigare la ruvidezza del carattere ed il gusto per la spezzatura che furono il tratto inconfondibile del suo stile. Prezzolini era l’uomo meno gregario e meno incline alla retorica che si potesse immaginare, non amava nuotare in branco come i tonni e la rotta se la sceglieva da sé, ubbidendo solo al proprio dettato interiore: anche a costo di andare incontro a scogli, marosi o pescecani, mai si sarebbe messo a rimorchio di qualcuno o di qualcosa. “Rispondo solo di me stesso, e anche con qualche difficoltà”, amava ripetere. Il piglio del bastian contrario si traduceva, nei suoi scritti, in uno stile scarno, essenziale, che agli arabeschi cabalistici di parole prediligeva sempre l’aforisma, come il sua amato Lichtenberg, che per certi versi gli somigliava e del quale era stato il primo a tradurre in italiano alcune massime. La sua scrittura mirava al nocciolo delle questioni, tralasciando i bizantinismi fumosi per cogliere le verità primarie, infondeva coraggio, ma toglieva ogni illusione. Parlava per esperienza diretta Prezzolini perché, nel corso di un’esistenza lunghissima, aveva avuto modo di conoscere tutta la fauna politica e letteraria del Novecento. Era, insomma, un testimone scomodo, il cui giudizio tranchant metteva a nudo le miserie e le meschinità delle consorterie culturali di ogni orientamento, specie nostrane, che lo ripagarono condannandolo all’ostracismo. Alla vergogna del conformismo preferì, fedele a se stesso, la via dell’esilio.
La sua indole irrequieta e la miope grettezza di chi lo aveva osteggiato perché indocile e non classificabile, lo portarono a cercare riparo in un primo tempo negli Stati Uniti. Chiamato dal rettore Nicholas Murray Butler a tenere un corso estivo di Letteratura italiana presso la Columbia University, Prezzolini sbarcò una prima volta ad Ellis Island nel 1923. Fin dal suo primo soggiorno al di là dell’Atlantico lo scrittore toscano percepì istintivamente l’America come un porto sicuro in cui riporre i resti di una vita raminga e, bruciate le navi alle proprie spalle, come Cortés, in America mise radici e si risolse a rimanervi per quarant’anni, prendendo perfino la cittadinanza nel 1940. Rientrato in Europa nel 1962, dopo un breve soggiorno in quel di Vietri, perseguitato dagli agenti del fisco, riparò in Svizzera, quella Nazione dove, secondo Hemingway, “tutte le storie finiscono e nessuna è mai cominciata”. A Lugano, suo ultimo rifugio, prese dimora in un appartamento di via Motta al civico 36, nel cuore della città vecchia e, nel contesto di una ritrovata serenità familiare accanto alla seconda moglie americana Jackie, iniziò a collaborare stabilmente con la “Gazzetta Ticinese” per la quale scrisse alcuni articoli profondamente critici nei confronti dell’allora nascente Unione Europea. Rivendicava a se stesso la patente di autentico intellettuale europeo e cosmopolita, lui che, naturalizzato americano, aveva vissuto a lungo in Francia e parlava correntemente inglese, francese e tedesco. Proprio questo suo europeismo culturale lo induceva ad essere scettico verso il modello dello Stato continentale che andava delineandosi all’orizzonte, convinto che la più grande ricchezza dell’Europa risiedesse nella pluralità. Tra New York e Lugano si compie, nell’arco di un secolo, la parabola umana e letteraria di uno scrittore atipico, che più e meglio di altri si era prodigato nell’immane sforzo di internazionalizzare la cultura italiana, mosso dall’illusione che fosse possibile stimolare una mutazione antropologica del proprio popolo attraverso il pensiero, facendo leva sul carattere più che sulle istituzioni. L’ingratitudine con la quale fu ricompensato lo convinse che l’impresa era vana. Poco prima di morire fece dono del suo immenso archivio alla Biblioteca Cantonale di Lugano, dove tutt’ora si trova, estremo, meritatissimo schiaffo a quell’Italia matrigna e meschina che lo aveva ripudiato.

Insubria terra d'Europa 2012; Terra Insubre; Giuseppe Prezzolini; Alberto Longatti; Romano Bracalini; Paolo Mathlouthi

fonte: http://www.insubriaterradeuropa.net/2012/convegni.html

tags: Insubria terra d’Europa 2012; Terra Insubre; Giuseppe Prezzolini; Alberto Longatti; Romano Bracalini; Paolo Mathlouthi

via http://cuoreimpavido.tumblr.com/post/23264529582 http://img6.imageshack.us/img6/6039/etinhelvetiaego1.png May 18, 2012 at 03:26AM

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