Archive for novembre 2012|Monthly archive page

Alla guerra d’Asia, i retroscena del viaggio di Obama

Alla guerra d’Asia, i retroscena del viaggio di Obama:

“Gli Stati Uniti sono una potenza asiatica e noi siamo qui per restare!”

La frase in questione,  pronunciata non da un soldato sbronzo, ma da Barack Obama in visita ad una base militare USA in Australia spiega il senso profondo del tour che tra il 17 e il 20 novembre porterà il presidente in Birmania, Thailandia e Cambogia.

Chi pensa che sia un viaggetto esotico e poco importante non ha capito che in ballo c’è la grande partita con la Cina per il controllo non solo di tutto il Sudest Asiatico, ma, soprattutto, dell’enorme area commerciale dell’ Oceano Pacifico che coinvolge quasi la metà della popolazione mondiale e il 50% degli scambi commerciali globali.  Area ancor più appetibile da quando è stato scoperto che il Mar Cinese è ricco di gas e petrolio che alla Cina, grande potenza assettata ma senza risorse energetiche, farebbe davvero comodo.

Peccato che dopo Fukushima, anche il rivale Giappone ha enorme sete di energie diverse dal nucleare ed ecco allora che nelle acque di confine prima si è cominciato a litigare e oggi si rischia la guerra per il possesso delle isole Senkaku, pochi scogli  la cui proprietà, però, dà diritto allo sfruttamento del tesoro energetico sottomarino.  Tra i due litiganti il terzo gode ed ecco allora che il Giappone che aveva appena finito di cacciare i marines da Okinawa, li richiama in servizio e l’America incredula viene addirittura chiamata in aiuto dai vietnamiti che un po’ più sud, a loro volta, litigano aspramente con i cinesi per il possesso delle Paracelso, un altro pugno di isole che galleggiano sui preziosi idrocarburi.

Gli yankees cacciati a pedate dai vietcong del Generale Giap tornano quindi sulle spiagge di Da-Nang  (ricordate i surfisti di Apocalypse Now?) da alleati di un paese ancora comunista (almeno sulla carta) contro la Cina anch’essa comunista. Uno spasso per gli USA che, inoltre si tolgono la soddisfazione di tornare anche nelle Filippine anch’esse in rotta con Pechino e alla ricerca della protezione dello Zio Sam.

Così mentre il perdente Romney blaterava di pericolo Russia ed era fermo ai vecchi schemi americani miranti al controllo dell’ormai inutile Medio-Oriente, Obama va al nocciolo della questione e, da invitato, si infila nella torta con due obiettivi: impedire che la Cina metta le mani su risorse energetiche che potrebbero renderla meno dipendente dall’estero e, non meno importante, sfilare a Pechino il controllo degli affari e del commercio asiatico. La Cina è oggi il primo partner commerciale di tutti i paesi dell’area e minoranze cinesi, magari con doppio passaporto, sono a capo dei business più importanti in tutti i paesi del sudest asiatico. Una posizione da monopolista, consolidata da politiche accorte quali gli aiuti economici ai paesi più in crisi (Cambogia,Birmania, Laos) e dalla stipula di un trattato doganale di libero scambio tra la Cina stessa e tutti i membri dell’ASEAN, l’associazione dei paesi dell’area.

Una posizione che pareva impossibile da scalzare, ma oltre alla nuova presenza navale gli USA han tirato fuori dal cappello uno strumento dirompente: il Trans Pacif Pact (TPP). Sembrava una idea estemporanea di un Obama in camicia hawaiana, l’anno scorso al vertice APEC di Honolulu, ma la settimana seguente lo stesso presidente, con un’altra camicia sgargiante si presentò alla riunione dell’ASEAN in Cambogia e disse che aveva in mente di creare un’ area di scambio senza dazi tra Canada, USA e Messico da un lato del Pacifico e ASEAN dall’altro.

Tradotto: tutti insieme appassionatamente tranne la Cina che in teoria potrebbe partecipare, ma in pratica non potrà farlo perché le regole del gioco saranno studiate per escluderla. Pechino naturalmente non sta a guardare e nell’area  tra Birmania, Cambogia e Indonesia è tutto un tira e molla di corteggiamenti, promesse, tradimenti nel grande gioco delle alleanze strategiche. Un gioco da cui l’Europa dei tecnocrati, presuntuosamente sganciata dalla Russia e quindi dall’Eurasia, è totalmente esclusa. Talmente esclusa da non capire, leggete i giornali, che il motivo del viaggio di Obama non è affatto parlare di democrazia in Birmania, ma di ricreare quegli avamposti militari e commerciali che gli inglesi fondarono e poi gli stessi americani difesero contro l’Impero Giapponese che perse la guerra proprio perché si andò ad impantanare nel Pacifico.

Oggi il nemico degli interessi USA è a Pechino e Tokio è alleata, ma gli elementi fondamentali del risiko son sempre quelli e la guerra, per ora fredda, si combatte ancora sull’Oceano.

Max Ferrari (pag. 7 La Padania del 17-11-2012)

http://maxferrari.net/2012/11/18/alla-guerra-dasia-i-retroscena-del-viaggio-di-obama/

Tags: Max Ferrari, 

http://ifttt.com/images/no_image_card.png November 18, 2012 at 02:17PM

Annunci

Fiat e Serbia: l’altra storia.

Fiat e Serbia: l’altra storia.:

Leggo sui giornali le gesta di Fiat in Serbia e mi ricordo come fosse ieri la passeggiata tra le rovine della Zastava di Kragujevac, bombardata a più riprese anche quando gli operai erano al lavoro e i loro figli nel nido aziendale lì vicino. Colpita anche se era noto a tutti che quella fabbrica non produceva armi, ma piccole automobili. Colpita, si vedeva e si capiva, in modo da azzopparla ma non per affondarla definitivamente. “E’un’azione di pirateria per costringerci a svendere ai vincitori alla fine della guerra”, asseriva l’allora direttore della fabbrica e le sue considerazioni facevano il paio con quelle dei dirigenti delle fabbriche di sigarette di Niš (bombardate anch’esse quel che basta) che affermavano che era nota a tutti l’esistenza di una sorta di “lista della spesa” alla base delle scorribande degli aerei della Nato. Gli obiettivi industriali, insomma, non avevano giustificazioni dal punto di vista militare ma rientravano in un elenco di beni e infrastrutture serbe che facevano gola a questa o quella nazione che, di conseguenza, spingeva affinché si “agevolasse” il passaggio di mano alla fine del conflitto. A Niš si dicevano certi del fatto che il settore del tabacco era stato azzoppato per ordine delle grandi lobbie americane che non vedevano l’ora di sfondare (come poi è successo) nei Balcani, mentre a Kragujevac si ripeteva che la Zastava era stata presa di mira su ordine del governo italiano. Fantasie? Non so! Quel che è certo è che le sentii ripetere anche in Kosovo in ambiente Nato e quel che è certo è che dopo la guerra si scatenò pubblicamente e senza vergogna il grande business della ricostruzione. I paesi che avevano bombardato e avevano ottenuto il bel risultato del Kosovo islamizzato, ora si accapigliavano tra loro per prendere possesso di territori da ricostruire o di fabbriche da “salvare”. Si parlava di appalti e affari miliardari e se vi paiono esagerazioni tornate a leggere i giornali del tempo e vedrete paginate dedicate all’Italia che rivendicava il diritto di mettere le mani sulle telecomunicazioni (ricordate il caso Telekom Serbia?), i francesi che pretendevano il controllo delle miniere, i greci le ferrovie, i tedeschi le autostrade e le grandi opere, mentre inglesi e americani guardavano già oltre e si interessavano delle rotte dei gasdotti e dei corridoi strategici che poi erano la vera ragione della guerra. L’Italietta incredula di aver vinto per una volta una guerra reclamava il proprio posto al tavolo del vincitore e senza pudore alcuno gonfiava il conto delle spese sostenute nella sporca aggressione e alzava le pretese risarcitorie. Ricorderete gli articoloni in cui si fantasticava sulle possibilità eccezionali che si sarebbero aperte per le imprese del Veneto e del Nord in generale grazie alla ricostruzione e ricorderete che trattamento durissimo fu riservato alla Lega Nord che, sola, ebbe il coraggio di dire che quella guerra oltre a non avere nulla di umanitario, si sarebbe rivelata un errore dal punto di vista geo-strategico, commerciale e migratorio. Finì che l’Italietta fu fatta sedere sotto il tavolo e furono fatte cadere delle briciole che però non finirono né alle famose aziendine venete né ai laboriosi artigiani lombardi che anziché andare in Serbia a ricostruire si trovarono i cosiddetti rifugiati albanesi in casa loro. Una impresa a perdere dunque, quella italica nei Balcani, ma poi, ed è storia recente, eccoti la Fiat nell’ex bombardata Kragujevac ed eccoti i soliti giornaloni che, adoranti, ci spiegano che, quasi quasi, è un’azione di carità, un aiuto verso i nostri fratelli serbi che più di noi soffrono fame e disoccupazione. Peccato che tutti dimentichino che se non li avessimo bombardati essi oggi non avrebbero bisogno della “grande generosità Fiat” e peccato che nessuno osi fare due conti e tirare delle conclusioni. Si racconta infatti che “l’operaio serbo è duttile ed elastico” e si adatta ad uno stipendio che equivale ad un quinto di quello italiano, ma nessuno aggiunge che il costo della vita è poco più basso del nostro in tutta l’ex Jugoslavia e in specie in un paese collassato dalla guerra, costretto all’importazione e in grado di scaldarsi e muoversi non certo grazie al finto aiuto occidentale ma ai rapporti eccellenti con la Russia rinsaldati dall’attuale presidente Nikolić , uno che ha sempre detto che la guerra contro i serbi era una guerra contro gli interessi dell’Europa. La conclusione è che non si tratta né di un aiuto, né di una rivoluzione industriale ma di semplice sfruttamento di gente che è consenziente perché non ha nessuna altra alternativa e, con tutto il rispetto, fanno un po’ sorridere quei sindacati italiani che oggi si indignano e si lamentano, ma al tempo della guerra tifavano compatti per il governo D’Alema che ne fu protagonista. Nikolić ricorda giustamente che la Serbia non ruba nulla (anzi con gli incentivi, per i primi 3 anni gli stipendi son praticamente pagati da Belgrado) e si limita a creare le condizioni fiscali più attraenti per le imprese. Se anziché abbaiare alla luna i sindacati italici spingessero per la creazione di zone franche industriali anche in Padania (e non solo al Sud), probabilmente il problema sarebbe già risolto alla radice. Ma questo chiaramente non fa comodo a lorsignori e allora l’unica soluzione alternativa sarebbe l’entrata della Serbia nella UE e l’automatico innalzamento dei salari a livelli polacchi, ma anche qui la strada è in salita perché Italia e compagni pretendono che Belgrado riconosca l’ingiustificabile indipendenza del Kosovo islamizzato. Chiesto da Roma che non concede neppure un briciolo di legittima autonomia alle regioni del Nord, francamente suona assurdo, ma questa è un’altra storia.

Max Ferrari (La Padania del 14-11-2012)

http://maxferrari.net/2012/11/14/fiat-e-serbia-laltra-storia

tags: ,


http://ifttt.com/images/no_image_card.png November 14, 2012 at 06:50PM

Per l’Europa meglio stare con il presidente

Per l’Europa meglio stare con il presidente:

Obama o Romney? Con chi stanno i leghisti? Mi paiono equamente divisi, ma quelli che frequento di più sono in maggioranza con Romney. Ripetono convinti che Obama è un immigrazionista, interventista in politica estera (vedi Egitto e Libia), e al contempo protetto e protettore degli interessi occulti delle banche e delle multinazionali. Accuse spesso fondate, ma se questi sono i vizi del presidente, lo sono anche del suo sfidante con l’aggravante che in Romney questi peccati sono moltiplicati per mille. La cartina di tornasole sono i “pescecani di Wall Street” e tutto quel mondo finanziario che ha salvato se stesso ma ha mandato in malora l’economia mondiale: costoro oggi sono tutti generosi finanziatori del candidato repubblicano e acerrimi nemici di Obama e, vista la cricca di cui parliamo, tanto basterebbe per simpatizzare per quest’ultimo. Come se non bastasse tifa e finanzia Romney anche la potente lobby delle armi che per far cassa non aspetta altro che nuovi conflitti a partire dall’Iran e, d’intesa con la inaffondabile corazzata dei petrolieri che elessero i Bush e crearono le condizioni per intervenire a Kabul e Baghdad, non ne vuole sapere di mollare la presa non solo nella Penisola Arabica e in Medio Oriente, ma anche in Asia Centrale dove gasdotti ed oleodotti sono la ragione vera di tutte le guerre pseudo etnico-religiose e dove, tra le pianure kazake , il Caspio e le catene del Caucaso continua il Grande Gioco per la conquista del cuore energetico del pianeta tra USA,Russia, Cina e i loro comprimari. Per finire vorrei citare poi il dato forse più importante per l’Europa e per quel che riguarda l’immigrazione verso di essa. Come pensiamo che possa reggere un mondo come quello esaltato da Romney dove le smanie speculative della classe dirigente americana vengono prima di ogni politica di salvaguardia ambientale mondiale e dove l’1% della popolazione possiede il 90% delle ricchezze e, ben più grave, il 90% delle risorse fondamentali quali la terra, i brevetti sulle sementi, l’acqua e via delirando? In queste condizioni possiamo credere che i popoli dei paesi del “terzo mondo” rimangano a casa loro a morire di fame e ad assistere alla spoliazione di quel che rimane delle loro terre da parte della solita banda di oligarchi o dobbiamo pensare che tenteranno l’impossibile pur di raggiungere la scialuppa a loro più vicina e cioè l’Europa? E già che siamo in tema vogliamo ricordare la spinta americana per far aderire forzosamente la Turchia alla UE e la pretesa di decidere le politiche europee in tema di alleanze ed energia?

Che ne sarà dei rapporti con Mosca per noi vitali dal punto di vista energetico, ma in prospettiva anche industriale? Possiamo scordarci che uno dei capisaldi dei repubblicani è una durissima politica antirussa (vedi Bush e Condoleeza Rice) finalizzata ad un raffreddamento dei rapporti Russia-UE e alla creazione di continui casus belli fomentando i vari sedicenti “movimenti democratici” oggi in Ucraina e Georgia e magari domani a Mosca? Conviene a noi una politica del genere? No!

Un ultimo appunto va alla cosiddetta questione razziale tanto citata dai giornali: circolano sul web gli spot che attaccano Obama perché non veramente americano (ma chi lo è se non i pellerossa allegramente sterminati?) o perché filo-arabo (già dimenticati i rapporti d’affari tra i Bush e i sauditi?) o perchè musulmano sotto mentite spoglie. Qui da noi qualcuno se ne rallegra e vaneggia di un Romney protettore dell’Europa minacciata dall’Eurabia ma dimentica che gli americani in casa loro si permettono ogni genere di scorrettezza, ma poi immancabilmente vengono in Europa ad imporre politiche di apertura ai musulmani e sono assai facili nel tacciare di razzismo i partiti e i governi riluttanti. Non che con Obama tutti le criticità elencate non esistano, ma almeno non sono elette a programma di governo. Sarà poco , ma, in attesa di tempi migliori pare già tanto.

Max Ferrari (pag. 11 La Padania del 06-11-2012)

tags: ,

http://maxferrari.net/2012/11/06/per-leuropa-meglio-stare-con-il-presidente/

http://ifttt.com/images/no_image_card.png November 06, 2012 at 08:11PM

Terra Insubre e la Festa dul dì di Mort

Terra Insubre e la Festa dul dì di Mort:

Terra Insubre e la Festa dul dì di Mort
Particolare della copertina

Sabato pomeriggio, in corso Matteotti, a Varese, i cittadini troveranno il libretto fresco di stampa “Quei giorni in cui i Morti ritornano”. Oltre ai dolci della traadizione

Sabato 3 novembre, dalle ore 15.00 in avanti, in Piazza del Podestà a Varese, l’associazione Terra Insubre ti aspetta per festeggiare la Festa dul dì di Mort, l’antica Trinox Samonios dei Celti.
Allo stand, nella piazza centrale di Varese, i cittadini troveranno il libretto appena stampato sulle tradizioni insubri e lombarde del giorno dei Morti, “Quei giorni in cui i Morti ritornano. La vera storia di una nostra antica tradizione”. 
Non solo: l’evento prevede anche la possibilità di gustare i dolci della tradizione di questi giorni come il ‘pane dei morti’, accompagnati da idromele bretone.
Per la degustazione e il libretto l’associazione Terra Insubre chiede un contributo di 10 euro. 
Appuntamento in Corso Matteotti
tags: Terra Insubre, Varese, Festa dul dì di Mort, ininsubria

fonte: http://www.ininsubria.it/terra-insubre-e-la-festa-dul-di-di-mort~A10030

http://www.ininsubria.it/thb.aspx?filename=Upload%2FArticoli%2F2012%2F10030%2FCover%2F2%2Ejpg&width=466&height=250 November 02, 2012 at 11:24AM

Gli spartani di Silvio

Gli spartani di Silvio:

“I 30 di Silvio contro i 300 di Alfano”.  “I 30 di Silvio contro i 300 di Alfano”. I titoli dei giornali che riassumono la rivolta dei parlamentari PDL contro Berlusconi rimandano un po’ ai famosi 300 della spedizione di Pisacane a Sapri e un po’ al drappello di indomiti spartani di Leonida. Qui però non c’è niente di epico, e l’unico ideale in ballo è la salvaguardia della propria poltrona in vista di elezioni che si preannunciano drammatiche.

Razionalmente, anche se gli alfaniani fossero 3000 e gli spartani di Berlusconi soltanto 3, punterei tutto sul vecchio Silvio perché, paradossalmente, tra i due, è lui l’unico potenziale innovatore, mentre Alfano che si spaccia per nuovista è ormai il rappresentante degli interessi degli ex AN, degli ex PSI, degli antileghisti incalliti e di tutti coloro che con la scusa di tenere in vita il partito non vedono l’ora di gettarsi nelle braccia di Casini e di un secondo governo “tecnico”.
La cosa potrebbe anche non interessare la Padania se non fosse che di mezzo ci sono le elezioni in Lombardia e che la battaglia tra fazioni del PDL si gioca anche e soprattutto su questo fronte con un Berlusconi che si ricorda di essere un imprenditore brianzolo e appoggia una candidatura Maroni rispolverando vecchi cavalli di battaglia su tasse e impresa e un Alfano che, lontano anni luce dalla realtà lombarda, si ostina a seguire i desiderata di Formigoni e appoggia un Albertini la cui corsa non farà altro che agevolare la vittoria della coalizione PD-UDC.
Una situazione intricata che vede i vari commentatori padanisti schierati su due fronti: c’è chi dice che occorrerebbe turarsi il naso e, nel caso, intrupparsi dietro Albertini e chi, come l’ottimo Gilberto Oneto, sprona alla rottura totale con ogni declinazione del PDL e incita alla corsa solitaria in alleanza con altre liste autonomiste.
Probabilmente, visto quanto scritto finora, ci sarebbe una terza via: una lista Maroni Governatore, affiancata naturalmente dalla Lega Nord e appoggiata da una lista di giovani senza macchia (vedi i “formatta tori” vicini a Cattaneo, sindaco di Pavia) gradita e sponsorizzata dal Cavaliere ma senza il marchio PDL che comunque nei suoi piani andrà in cantina. Il tutto naturalmente aperto alle liste autonomiste e civiche che avranno le carte in regola.
A quel punto sarà bello capire chi finanzierà davvero la campagna di Albertini e quanti voti prenderà fuori dalle mura della città di Milano. Perché un conto sono le firme degli amici della Milano alto-borghese e un conto i voti degli imprenditori e della media borghesia impoverita da questo governo che loro invece esaltano.
In ogni caso, quei voti, non saranno abbastanza per dar fastidio alla nuova compagine politica pro Maroni, una nuova “Lega Lombarda”, che sulle ali del rinnovamento, della pulizia, della lotta durissima alla mafia, del catalanismo e nel segno dell’autonomia fiscale più spinta non farà fatica a spazzare via ogni vecchio arnese, di sinistra o destra che sia.

Max Ferrari (pag. 2 La Padania del 01-11-2012)

http://maxferrari.net/2012/11/01/gli-spartani-di-silvio/

http://ifttt.com/images/no_image_card.png November 01, 2012 at 02:50PM